Spunti riflessivi

Sei una persona gentile? o ti innervosisci facilmente con gli altri? Sei positivo e sorridente o incline all’arrabbiatura e scortese? Come ti poni davanti a persone maleducate e villane?

Se qualcuno si rivolge a noi nervosamente, con toni bruschi e maleducazione, sentiamo di subire un torto, leggiamo il comportamento in chiave personale e ci sentiamo in diritto di rispondere allo stesso modo, adeguando di conseguenza toni e intenzioni. Inoltre i neuroni specchio ci portano inconsapevolmente a replicare (specchiare appunto) il comportamento del nostro interlocutore, diventando quindi noi stessi duri e astiosi.

Se vogliamo, possiamo però interrompere il flusso negativo di atteggiamenti e comportamenti e invertire la direzione. Se riusciamo ad avere consapevolezza di ciò che sta accadendo, se osserviamo l’altro con distacco e distanza, gli togliamo potere, neutralizziamo la sua capacità di innervosirci, diventiamo insensibili alla sua maleducazione. Al contrario, possiamo essere noi a guidare l’interazione, a gestire i toni della conversazione, e possiamo noi stessi sfruttare il potere dei neuroni specchio.

Immaginati di trovarti di fronte ad una persona di tua conoscenza incline alla maleducazione, che ti parla con toni grezzi e ostili, immagina poi di salire su un gradino e guardare quella stessa persona dall’alto al basso mentre arrogante e col ghigno cerca di sminuirti e svilirti. Falla diventare piccola, perché piccola lo è veramente e i suoi toni le servono solo per farsi grande. Guardala con compassione, perché ha certamente bisogno di essere compresa nella sua fragilità, che cerca inconsciamente di compensare sovrastando gli altri, in particolare te in questo momento. La verità è che non ce l’ha veramente con te, potresti essere chiunque altro che non cambierebbe quei modi che mette in atto per gonfiare se stessa.

Una volta compresa la dinamica in atto, possiamo rispondere alla maleducazione con la gentilezza, con toni morbidi e decisi al tempo stesso, sovvertendo così le regole dell’interazione. Ci sono ottime probabilità che gradualmente anche il tuo interlocutore cafone, ceda alle tue regole ammorbidendosi, smorzando quindi i suoi toni animosi.

Essere gentili non è un esercizio di stile o una questione morale, è una modalità relazionale che fa vivere più sereni, con giovamento per la salute, porta positività e occasioni di vita più vantaggiose. Essere gentili è un atteggiamento in qualche modo egoistico, perché il primo a goderne i benefici è proprio colui che si pone con gentilezza.

Che ne dici di fare una prova la prossima volta che ne hai l’occasione? Fai un grande respiro e tenta l’esperimento!

Mi domando spesso, quale sia lo scopo, la ragione ultima, cosa vogliamo raggiungere? La serenità? Il benessere, l’equilibrio, la soddisfazione personale? La gioia? La felicità? Tu te lo domandi? Qual è la tua risposta? Studiare, imparare, viaggiare, esplorare, migliorarsi, acquisire conoscenze e competenze, avere un buon lavoro, soddisfazione economica, sono solo strumenti, non sono gli obiettivi. A cosa serve conoscere alla perfezione un argomento se non possiamo spiegarlo a qualcun altro? Avere tanto denaro se non lo si può spendere in compagnia? Conoscere tante lingue e non poterle parlare mai con un interlocutore? Essere saggi, evoluti, colti e non essere di esempio a nessuno? Credo la gioia e la felicità risiedano nella possibilità di condividere con qualcun altro ciò che siamo, di insegnare ciò che sappiamo, donare ciò che abbiamo, aiutare chi è in difficoltà utilizzando le nostre esperienze, conoscenze e conquiste. Amare. L’energia che abbiamo dentro, in questo modo fluisce all’esterno, lasciandoci in uno stato di serena quiete e appagamento, come accade quando attenuiamo uno stato di tensione con una corsa. Sembra tutto molto ovvio e scontato, ma nei fatti spesso non lo è. Non è raro incontrare persone sgarbate, aggressive, o esserlo noi stessi perché stressati, negare un favore a qualcuno, non avere tempo per la moglie, rispondere aggressivamente al compagno, riprendere senza ragione un figlio, e così via. Ma allora ci sono due possibilità: o non è vero il postulato sopra, secondo cui la felicità risiede nell’armonia e reciprocità delle relazioni (in cosa risiede dunque?), oppure ci neghiamo quotidianamente la possibilità di essere felici (perché lo facciamo?). 

Voglio cambiare lavoro perché il mio attuale non mi dà più soddisfazione e soprattutto mi impegna dalla mattina presto alla sera tardi. Vorrei crearmi una nuova opportunità lavorativa, ma ancor prima di compiere il primo passo in questa direzione, nella mia testa si alternano fin da subito pensieri come: “la mia arroganza nel credere di meritarmi di meglio verrà punita” oppure “e se non sarò all’altezza del nuovo lavoro?” come pure “sicuramente quel posto lo daranno a qualcun altro, perché perdere tempo?” e ancora “e se anche questo nuovo lavoro non mi darà soddisfazione?” “ora però non ho tempo, inizierò la ricerca la settimana prossima” e così via, potrei aggiungere altro o cambiare contesto con lo stesso risultato. La paura del fallimento, un giudizio negativo di sé, il confronto con gli altri, la tendenza a rimandare, sono alcuni dei comportamenti alla base dell’autosabotaggio, che consiste dunque nell’attuare azioni o formulare pensieri che ci impediscono di raggiungere un obiettivo. A te è mai capitato? ti riconosci in atteggiamenti di questo tipo? Sai darti una spiegazione del perché, nonostante desideriamo veramente cambiare qualcosa e magari sappiamo anche come fare, capita spesso che non lo facciamo, mantenendo lo status quo e privandoci probabilmente della possibilità di vivere meglio?

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